Allego due osservazioni aggiuntive, sempre tratte dal linguaggio usato da Epitteto:
(1) Un esempio di come la lingua greca facesse una enorme fatica ad accettare prestiti dalle altre lingue (in part. il latino) o a creare dei "neologismi" per i termini stranieri (vedi il testo di A. Meillet, la parte sulla κοινη, sull'argomento): il
praefectus annonae nel greco di Epitteto è reso con il participio sostantivato: ο του σιτου ων (sic!). Mezz'ora per capirlo e una resa incondizionata alla traduzione inglese (doppio sic!).
(2) Nel vangelo ricorre a volte il verbo αναβαινω per andare in un luogo, tipicamente una città, come ad es. in Mt. 20:17, ιδου αναβαινομεν εις Ιεροσολυμα. Ebbene, a un certo punto, all'inizio del cap. 10 del primo libro, Epitteto parla di un vecchio signore (il
praefectus annonae di cui prima) che aveva conosciuto e che era ritornato da un esilio. A un certo punto dice: αναβας (= part. (congiunto) di αναβαινω, aor. fortissimo intransitivo) σπουδασει = lett. "(una volta) salito (a Roma, cioè rientrato dall'esilio, in città) si applica con zelo (ecc...)". Qui abbiamo questo verbo particolare usato sostanzialmente per dire di qualcuno che va in una località, anche se il nome di Roma non è espressamente citato vicino al suo part. congiunto, viene dedotto dal contesto. Anche la trad. inglese fa questa ipotesi per cui è da ritenere che αναβας si riferisca al "salire", nel senso di "andare", "ritornare" a Roma.